Una mail dal passato

Negli ultimi anni è scoppiata “la cosa delle AI” e per un po’ ho osservato lo sviluppo degli eventi con grande interesse, ma anche con estrema prudenza. Ero ovviamente eccitato e incuriosito da questa rivoluzione, ma anche attento a non rimanerne scottato. Privacy, tutela del diritto d’autore, bolla economica, contraccolpi nel mondo dei professionisti dell’immagine, risvolti etici… erano tutte questioni che, prima di voler sperimentare sulla mia pelle, volevo capire un po’ di più.

Questo mi ha portato a muovermi un po’ più lentamente rispetto ad altri nell’uso pratico di questi strumenti, ma ora che è passato qualche anno, è arrivato il momento di aprire una lettera che mi sono spedito nel febbraio del 2023, approfittando di FutureMe (https://www.futureme.org).

“Prima di tutto spero tu stia bene. Non riesco a immaginare cosa tu stia facendo, ma non è un problema: lo scoprirò.

Scrivo questa email perché qualche mese fa è stato presentato ChatGPT e, sinceramente, è una tecnologia davvero incredibile. Sono scettico per natura verso tutto ciò che sembra magia, ma quello che si è visto finora sembra davvero soltanto l’inizio di qualcosa di enorme: se manterrà le promesse, saremo di fronte a un cambiamento radicale dello stato delle cose.

Bada bene: “scettico”, ma non complottista. Non credo in Skynet, ma credo che le AI, come ogni strumento, possano diventare opportunità o armi a seconda di come si decida di impugnarle.

Vorrei però che usassi questa mail come promemoria per fare un’analisi personale, perché temo che le AI nascondano un pericolo di cui sento parlare troppo poco.

Matthew B. Crawford, nel suo “Il lavoro manuale come medicina dell’anima”, descrive ciò che è successo negli Stati Uniti quando si è iniziato a insegnare l’uso del computer. A un certo punto per le scuole è diventato economicamente così vantaggioso puntare sull’informatica1 che i laboratori di falegnameria, meccanica ed elettronica (ricordo di averli visti anch’io in qualche vecchio film) sono stati progressivamente convertiti in laboratori informatici. La conseguenza, secondo Crawford, è che gli Stati Uniti, da nazione famosa per saper costruire cose, sono diventati un Paese costretto ad acquistare manodopera e a far produrre molti dei propri beni all’estero. Oggi chi conosce quei mestieri è spesso troppo anziano per trasmetterli, mentre trovare manutentori, artigiani e operai specializzati sta diventando sempre più difficile.

La mia paura è la stessa: temo che con l’AI, le persone smettano di fare cose, di pensarle, di costruirsi un’opinione, di esercitare lo spirito critico e, soprattutto, di insegnare tutto questo agli altri.

Vygotskij chiama zona di sviluppo prossimale quello spazio dell’apprendimento compreso tra ciò che già si sa fare e ciò che si può imparare con il gius ed è proprio lì, invece, che avviene la crescita. Non si può imparare davvero se le nozioni che si ricevono sono troppo avanzate rispetto al tuo bagaglio, oppure se non si consolidano grazie all’impegno richiesto per conquistarle. Il problema viene risolto, ma solo quella volta. La volta successiva si dovrà farselo risolvere di nuovo.

La mia paura è che le persone possano impigrirsi, che trovino più conveniente delegare il lavoro a un’intelligenza artificiale e che si perda il piacere dell’esplorazione. Il rischio è che un domani si perda anche la capacità di inventare e creare, perché ricordiamoci che la creatività è un muscolo che va allenato.

Le cose che al momento vedo produrre dalla maggior parte delle persone mi sembrano tutte un po’ uguali: banali, artificiose, patinate. È possibile che col tempo le AI diventino molto più brave, ma smettere di impegnarsi nel tentativo di risolvere un problema significa smettere di evolvere.”

Con il senno di poi, non credo di aver scritto cose così campate per aria, anche se è evidente che quelle righe risentono della preoccupazione di chi stava osservando nascere qualcosa di completamente nuovo.

L’evoluzione delle AI è inarrestabile e i risultati diventano ogni giorno più impressionanti. Si susseguono notizie di modelli linguistici, agenti e sistemi che raggiungono traguardi fino a poco tempo fa impensabili, alimentando inevitabilmente un certo tipo di atteggiamento e pensiero.

Continuo però a pensare che la posizione più sana sia la stessa di allora: non farsi trascinare dagli eventi, mantenere uno spirito critico, porsi domande etiche e continuare ad allenare la propria capacità di risolvere problemi. Delegare è utile, ma vale sempre la pena chiedersi se stiamo risparmiando tempo o rinunciando a un’occasione per imparare qualcosa e crescere. Voglio che “delegare” resti una scelta, non un’abitudine.

  1. I computer erano estremamente di moda e moltissimi erano interessati a svolgere un lavoro meno faticoso dal punto di vista fisico. Inoltre, le aule di informatica potevano ospitare più studenti e comportavano costi assicurativi enormemente inferiori rispetto ai laboratori in cui si utilizzavano macchinari pesanti.